C'è un cimitero silenzioso sotto le gengive di una certa generazione di pazienti. Si chiama idrossiapatite.
Chi ha più di una certa anzianità di mestiere se li ricorda: gli impianti rivestiti di HA, le star degli anni '90. E onestamente erano difficili da non amare. L'idrossiapatite è bioattiva, chimicamente parente stretta della componente minerale dell'osso. Sulla carta, e per un po' anche nella pratica, mantenevano la promessa: osteointegrazione più rapida, contatto osso-impianto superiore nelle fasi precoci, stabilità secondaria che arrivava prima. E soprattutto tenevano dove il titanio liscio dell'epoca arrancava, nel mascellare posteriore, nelle ossa tipo IV, nei casi che ti facevano sudare. Per il clinico era rassicurante. Per il paziente significava caricare prima. Sembrava di avere barato col tempo.
Poi il tempo ha presentato il conto, come fa sempre.
Il rivestimento era un layer aggiunto sopra il titanio, e tutto ciò che è aggiunto può staccarsi: problemi di adesione, delaminazione, distacco del coating. I rivestimenti in plasma-spray, con cristallinità e spessori non uniformi, si dissolvevano nel tempo lasciando il titanio esposto. E qui arrivava la parte cattiva: superficie ruvida più chimica favorevole uguale paradiso per il biofilm. Quando una recessione o un riassorbimento scopriva quella superficie, la peri-implantite correva, e l'HA contaminata tratteneva i batteri come una spugna. Curve di sopravvivenza che partivano benissimo e poi crollavano. Fallimenti tardivi: anni di pace, poi il cedimento.
Morale, il mercato ha capito che non serviva aggiungere un materiale che poi ti tradiva. Bastava la rugosità del titanio stesso, sabbiato e mordenzato. Le superfici controllate hanno vinto perché non promettevano miracoli, mantenevano.
La lezione che mi porto dietro, e che ripeto quando faccio formazione ai colleghi, è semplice e scomoda: in implantologia la guarigione precoce spettacolare non è mai garanzia di tenuta a lungo termine. Il tempo è l'unico revisore che non si lascia corrompere. E le mode tornano: oggi si riparla di idrossiapatite in nanorivestimenti molto più sofisticati. Magari stavolta è diverso davvero. Ma prima di entusiasmarmi mi tengo in tasca la lezione della prima ondata.